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INTUARSI

Dante e il gesto dimenticato delle relazioni umane.

“S’io m’intuassi, come tu t’inmii.”

Nel Paradiso Dante usa una parola quasi sconosciuta.

Una parola che sembra impossibile.

Intuarsi.

Entrare nell’altro senza invaderlo.
Sentire l’altro senza cancellarsi.
Abitare, anche solo per un istante, il suo mondo interiore.

Non fusione.

Non possesso.

Presenza reciproca.

Da due… diventare un “noi”.

In un tempo che conosce quasi soltanto l’“io”, questa parola sembra arrivare da un’altra civiltà.

Una civiltà in cui conoscere significava partecipare.
E amare significava entrare realmente in relazione.

Forse è questo che oggi manca più profondamente.

Non comunicare di più.
Ma intuarsi.

Dante custodisce anche altre parole simili.

Inforsarsi.
Essere dentro il dubbio.

Insemprarsi.
Entrare nell’eternità.

Incielarsi.
Diventare una cosa sola con il cielo.

Non sono parole decorative.

Sono esperienze.

Per Dante, comprendere qualcosa non significa osservarla da lontano.
Significa entrarci dentro.

Con tutto il corpo.
Con tutta la mente.
Con tutto il cuore.

Forse abbiamo dimenticato proprio questo.

Sentire profondamente.

Restare abbastanza vicini da poter essere toccati dall’esistenza dell’altro.

In un’epoca veloce, distratta e spesso superficiale, “intuarsi” ci ricorda che la relazione umana non nasce dalla distanza.

Nasce dalla presenza.

Dall’ascolto.

Dalla capacità di lasciare spazio dentro di sé per l’esistenza dell’altro.

E forse, per un istante, diventare insieme qualcosa di più grande del semplice “io”.

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